“ARI BLU” i Shekullit 21, Uji… dhe luftrat per kontrollin e tij

Uji eshte i konsideruar si Ari Blu per shekullin 21^.
Sot qe flasim ka aktualisht shumë konflikte te armatosura mes shteteve, pikerisht per burimet e ujit.

Ndryshe nga koha e luftes se ftohte, konfliktet moderne gjithmone e me pak kane lidhje me ideologjite e ndryshme, dhe shum me teper kane lidhje me luften qe behet per te patur monopolin e burimeve baze te jeteses. Ka shume me pak rendesi sot te kapen fijet drejtuese te vendeve sovrane, se sa vet kontrolli i zonave minerale, ujore, drusore etj, ose kontrolli i rrugeve nepermjet te cilave keto burime materjale duhet te kalojne per te shkuar drejt tregjeve.

Pra, ka filluar lufta per kontrollin, apo grabitjen e burimeve te mirqenjes.
A mos eshte ky vetem fillimi i nje lufte Ballkanike, si shprehje e perbaltjes se vlerave njerezore dhe babezise globale, per kontrollin e vlerave minerale dhe burimeve te tjera te mirqenjes?!

E them kete duke pare levizjet antishqiptare, antiligjore, antinjerezore, qe po ndermarrin qeverite maqedonase dhe greke…
Pra, do jete uji çarku i ngritur per fillimin e nje lufte te ndezur
ballkanike, sepse ne nuk leshojme pe… nuk do lejojme te grabitemi siç ka ndodhur deri me tani !!! JO !!!

Privatizimi i burimeve ujore, proces ky i sponsorizuar edhe nga Banka Boterore se fundmi, qe dmth se po t`i vendosim nje çmim burse nderkombetare ujit, do te mund te ndalojme keshtu konsumin e tepruar te tij; eshte pikerisht shkendija qe do krijioje nje destabilitet te madh boteror, pasi sot 40% e popullates se globit tone, merr rezerva natyrale ujore nga burime qe i kane te perbashketa. Nese keto rezerva do privatizoheshin, ateher si mund te paraqitej situata planetare?! Ujin Driten dhe Ajrin, sikurse edhe token, i ka dhuruar Zoti ! Ai e ka monolpin e ketyre burimeve dhe i ka leshuar falas per njerzit e tokes, qe i ka bere ne imazhin dhe perngjasimin e tij !!! Por njerezit duan t`i privatizojne. E kane bere masivisht me token, me parcelizimin e saj, me pretendimin se ajo eshte prone e tyre, nderkohe qe ajo eshte ne sherbim te tyre, pra per t ` u perdorur, sespe nuk mund te merret, nuk kane ku e çojne. Dhe pikerisht, me kete mendesi te marresh, prej merresish te marre, njerzit kan krijuar vetem konflikte, duke dashur ta pushtojne, ta pronesojne, ta marrin token. nderkohe qe duhet vetem ta punojne, ta shfrytezojne me kujdes, pozitivisht, dhe te marrin fryte prej saj. Po keshtu duhet te krijojn eqasjen per ujin, deillin, driten, ajrin. Sepse nuk kane ç`bejne tjeter !!!

Por mesa duket, qeveria e pleqve te shemtuar te botes, po e fut njerezimin ne nje konflikt tjeter, ate per ujin. Pas konflitit te ndarjes dhe pretendimit te tokes, tani po ushqehet dhuna per copezimin, per privatizimin e ujit.

Organizmat ogurzeza dhe dinake, antihumane si Fondi Monetar Nderkombetar dhe Banka Boterore, te shtyra apo te frymezuara nga pleqte me zbokth dhe me prostat qe duan te shkaterrojne boten, po mundohen ta shtyjne njerezimin ne nje konflikt vertet pa rrugedalje, ne ate per ujin.

Bota e finances, e parase, atje ku besojne pleqte mashtrusa te globit, po krijon si pa rene ne sy, nje konflikt te tmerrshem me permasa boterore.

http://economistiinvisibili.investireoggi.it/le-guerre-per-le-risorse-e-i-conflitti-internazionali-per-lacqua-10905736.html

Le guerre per le risorse e i conflitti internazionali per l’acqua

21 JANUARY 2014
Oggi è aumentata la consapevolezza dello stretto legame esistente tra estrazione legale o illegale delle risorse, traffico di armi, violazioni dei diritti umani, devastazioni ambientali e conflitti. Michael Renner, autore del saggio “Breaking the link between resources and repression”, pubblicato nell’ultimo State of the World 2002 del  World Watch Institute, ha confermato che almeno un quarto delle guerre e dei conflitti armati combattuti nel 2000 erano in qualche modo connessi alle risorse naturali, nel senso che lo sfruttamento di queste ultime ha contribuito a far nascere o peggiorare conflitti esistenti o, addirittura, a finanziarne la continuazione. Questo significa che le cause dei conflitti, il loro spirito e, soprattutto, la struttura stessa del conflitto sono cambiati rispetto al passato.
Contrariamente all’epoca della guerra fredda, i conflitti moderni riguardano meno le ideologie e molto di più la lotta per il monopolio delle risorse, ha meno importanza il tentativo di conquistare le redini del paese, che quello di controllare le aree ricche di minerali, legname e altre risorse di valore o controllare zone attraverso cui questi beni passano per arrivare ai mercati.
Questo problema non colpisce direttamente le zone dei paesi industrializzati, dove non si combattono direttamente guerre per le risorse, ma lo colpisce indirettamente visto che questo problema è comunque rilevante per lo stretto legame esistente tra queste guerre e il commercio di risorse con i paesi occidentali. Le responsabilità, dirette e indirette, dei paesi del Nord del mondo sono state confermate dalle ultime ricerche: la prima causa di questi conflitti, infatti, è la costante domanda di risorse e di prodotti di consumo dell’Occidente che finisce per incentivare modelli di sfruttamento illegali spinti dall’aumento degli scambi commerciali.
Un esempio eclatante è la guerra per il controllo delle miniere di coltan, necessario per la costruzione di apparecchi elettronici come i telefonini cellulari. Questa merce fino a dieci anni fa non aveva alcun valore commerciale, mentre oggi alimenta la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, dove le fazioni opposte lottano per il controllo della sua estrazione. Generalmente questi conflitti possono essere visti come guerre per la conquista delle risorse limitate dalla natura o dal sistema economico a causa della forte insostituibilità di molte materie prime per il funzionamento dell’economia mondiale, quali ad esempio coltan o petrolio.
Un’altra risorsa naturale, l’acqua ha sempre avuto un ruolo determinante nelle relazioni tra stati ed inoltre la storia mostra come già in passato le risorse idriche abbiano costituito motivo di conflitto tra paesi soprattutto a causa delle risorse idriche condivise da più stati, come fiumi o laghi.
E’ stato soprattutto nell’ultimo secolo che l’importanza di questa risorsa è notevolmente aumentata e l’acqua ha assunto un valore strategico di primissimo piano. Questo è dovuto soprattutto al fatto che, benché si tratti di una risorsa rinnovabile, continuamente reintegrata attraverso il ciclo idrologico, in molte zone della Terra si stanno verificando squilibri nel ciclo dell’acqua e situazioni di grave scarsità idrica. Le cause principali di questa crescente emergenza idrica sono il rapido incremento demografico e l’aumento delle attività produttive che hanno inciso sulla quantità e la qualità dell’acqua.
Secondo l’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, escludendo la possibilità di cambiamenti climatici radicali, sarà la crescita demografica il fattore che più influirà sullo stato idrico, principalmente perché l’offerta totale di acqua del pianeta tende a rimanere costante mentre la domanda, invece, aumenta considerevolmente, provocando enormi effetti sulla disponibilità idrica per popolazione.
Stati come l’India o la Cina, soggetti a fortissimi incrementi demografici, sono quelli maggiormente soggetti al rischio di non essere in grado di provvedere al fabbisogno idrico del proprio popolo. Il fattore demografico non avrà uguali ripercussioni su tutta la popolazione mondiale, ma principalmente su quella dei paesi in via di sviluppo.
Attualmente, quindi, da un lato è diminuita la qualità dell’acqua, dall’altro la quantità disponibile deve soddisfare una richiesta costantemente in crescita.
Il problema ha assunto dimensioni tali che in alcune regioni del mondo la scarsità di acqua è diventata, come la crisi dei prezzi del petrolio negli anni Settanta, una fonte di instabilità economica e politica. Questo ha comportato un forte incremento del prezzo dell’acqua generando una forte competizione tra gli utenti idrici e, di conseguenza, spingendo i paesi verso dei veri e propri conflitti internazionali per l’acqua.
Questi conflitti, di fatto, riguardano gli scontri fra stati per lo sfruttamento di fonti di approvvigionamento comuni, quali i fiumi e i laghi e sono presenti in tutto il mondo (basti pensare che quasi il 40% della popolazione mondiale dipende da sistemi fluviali condivisi tra due o più paesi).
Nei paesi in via di sviluppo, le risorse idriche hanno rappresentato spesso un fattore limitante allo sviluppo e, di conseguenza, sono state oggetto di conflitti, spesso di grave entità.
La zona più a rischio è quella del così detto MENA (Middle East e North Africa), dove si sono verificate le principali tensioni per il controllo delle risorse idriche. Secondo Green Cross International, la regione del MENA è abitata dal 5% della popolazione mondiale, ma dispone solamente dell’1% delle risorse idriche mondiali. In tutta l’area del MENA la quantità di acqua è il problema più grave, seguito da quello della qualità dell’acqua.[8] Emblematico è il caso del conflitto arabo-israeliano, indissolubilmente connesso alla conquista delle risorse idriche, e quello del Nilo, fiume condiviso da ben 10 paesi e causa di aspri conflitti, sia prima sia dopo la costruzione della diga di Assuan. Il conflitto arabo-isreliano è utile a comprendere quanto possa incidere una disputa su una risorsa naturale in un scenario molto più ampio. Il World Water Development Report delle Nazioni Unite, presentato al Terzo forum mondiale sull’acqua in Giappone (marzo 2003), ha lanciato l’allarme sul rischio che nella regione mediorientale, dove le risorse idriche sono particolarmente scarse, la competizione per il suo controllo diventi così feroce che la proprietà delle provviste di acqua possa divenire il principale motivo di conflitto dell’area. L’importanza dell’acqua in medio oriente è molto superiore alla sola risorsa idrica, essa è anche un fattore economico, politico e militare fondamentale per il potere che conferisce ai paesi che si trovano a monte dei fiumi rispetto ai loro vicini a valle. Questo spiega perché sin dalle origini del conflitto arabo-israeliano, ogni guerra combattuta tra stati arabi (Giordania, Libano, Siria) e Israele, dal 1948 in poi ha avuto tra i suoi principali obiettivi il controllo del sistema idrico che fa capo al Giordano e perché ciascun tentativo di alterarne il corso ha trascinato gli stati della regione sull’orlo della guerra. L’esempio più rappresentativo dei veri motivi di questo forte interesse nel controllo dei corsi fluviali è il gigantesco progetto infrastrutturale del GAP in Kurdistan, dove la costruzione di grandi dighe, oltre a servire per lo sviluppo industriale, sono anche strumento di controllo strategico sulle aree limitrofe e di pressione politica sugli stati vicini.
In tutti questi casi il problema maggiore deriva dall’incapacità di affrontare questo tipo di conflitto: se, infatti, la minaccia di una guerra per il controllo di territori ricchi di petrolio non rappresenta più niente di nuovo, il fatto che l’acqua, definita l’oro blu, sia causa di conflitti costituisce un nuovo e sconosciuto pericolo.
 Il problema dei conflitti idrici, però, non deve essere sottovalutato: si tratta di un problema estremamente attuale e sempre più pressante, i cui risvolti dipenderanno soprattutto dalla capacità della Comunità Internazionale e dei paesi coinvolti di favorire un approccio basato sulla gestione comune e pacifica di queste risorse e sulla capacità di stipulare accordi internazionali in grado di garantire questo sviluppo. Sempre la situazione mediorientale ci può far capire cosa può comportare un mancato intervento per risolvere il problema poiché a meno di radicali misure adottate a breve termine, la situazione in futuro non potrà che peggiorare, tenuto anche conto del fatto che accanto ai fattori di crisi tradizionali, quali crescita demografica e aumento della domanda da parte dei settori economici emergenti, la regione mediorientale presenta peculiari caratteri che rendono problematico lo sfruttamento delle già scarse risorse idriche (clima arido, scarsità delle piogge, conformazione geologica prevalentemente montagnosa).
Ci sono esempi storici di come però questo processo di cooperazione sia complicato soprattutto nella mediazione degli interessi economici sulle risorse idriche.
Il caso del Nilo è un esempio unico: infatti da oltre 7.000 anni le sue acque vengono utilizzate per lo sviluppo dell’agricoltura. Non è un caso, quindi, che in Egitto la coltivazione della terra abbia avuto da sempre una importanza assoluta e che nell’antichità grazie a questo vantaggio questo paese fosse dotato di un potenziale produttivo notevole per l’epoca. I primi tentativi di controllare il flusso del fiume risalgono, invece, al 3000 a.C, con l’introduzione di un sistema basato sulla deviazione e il trattenimento dell’acqua attraverso canali. Da allora, le sorti dei paesi sviluppatisi lungo il fiume sono sempre dipese dal livello delle sue piene, tanto che negli anni di caratterizzati da gravi siccità la superficie coltivabile ha potuto addirittura dimezzarsi e provocare gravi carestie. Questo spiega perché lo storico greco Erodoto ha definito efficacemente l’Egitto un “dono del Nilo”. Questo paese, infatti, come anche una buona parte del Sudan, sarebbe spopolato se non ci fosse il Nilo:
senza Nilo ci sarebbero solo sabbia, pietre e vento
Il bacino idrografico del Nilo comprende dieci stati (Ruanda, Burundi, Zaïre, Tanzania, Kenya, Uganda, Etiopia, Eritrea, Sudan e Egitto) e ha generato, nel corso degli anni, tensioni tra tutti e dieci, ma gli scontri maggiori si sono avuti tra Egitto, Etiopia e Sudan.
L’Egitto è la nazione che più condiziona gli equilibri di questa disputa in quanto  il 95% della sua popolazione vive lungo le rive del Nilo, L’Etiopia, invece, la cui popolazione sta crescendo rapidissimamente, ha un pressante bisogno di incrementare la sua agricoltura per produrre più cibo. Di conseguenza, la sua politica in tema di risorse idriche è stata costantemente condizionata dalla necessità di aumentare la superficie irrigabile e garantire la sicurezza alimentare alla propria popolazione. Per quanto riguarda il Sudan, la sua mancanza di acqua è dovuta principalmente al clima arido e, nonostante questo, l’agricoltura è fra le principali attività produttive del paese e, quindi, l’acqua è diventata elemento essenziale per la sua crescita.
La gestione del Nilo è stata condizionata nel periodo coloniale dagli interessi dei paesi europei e, in particolare, dagli interessi della Gran Bretagna. Non è, quindi, casuale che i primi trattati sulla gestione idrica del Nilo siano stati stipulati proprio dalla potenza coloniale britannica.
Nel 1929 è stato stipulato il primo accordo di una certa rilevanza tra Egitto e Sudan, con il quale sono stati assegnati all’Egitto 48 miliardi mc/anno e 4 miliardi al Sudan. Inoltre, il Sudan si è impegnato a non progettare opere idriche che potessero ridurre il flusso d’acqua destinato all’Egitto. La forte differenza tra i due paesi è stata giustificata sostenendo che l’Egitto dipende per il 90% dalle acque del Nilo, laddove il Sudan, almeno nel Sud è relativamente ricco d’acqua.
All’epoca il Sudan si trovava sotto l’amministrazione anglo-egiziana e, di conseguenza, fino al 1956, data della nascita dello stato sudanese indipendente, era difficile che potesse accendersi una disputa tra i due paesi. Tuttavia, una volta indipendente, il Sudan ha rimesso in discussione gli accordi “coloniali” del 1929 e nel 1957 ha dato inizio alla costruzione della diga di Roseires sul Nilo. La costruzione, decisa esclusivamente dal governo sudanese, ha posto fine al privilegio garantito dai britannici all’Egitto e, di conseguenza,  ne ha provocato una dura reazione. Il conflitto è stato evitato solo grazie alle pressioni arabe e internazionali che hanno costretto l’Egitto ad accettare la costruzione della diga. Tuttavia, il Cairo, nel 1958, ha risposto avviando unilateralmente la costruzione della diga di Assuan, che ha costretto 100.000 sudanesi a evacuare dalle proprie abitazioni.
L’Egitto ha sostenuto che il Sudan avrebbe goduto dei benefici derivanti dalla costruzione della grande diga, poiché solo questo progetto avrebbe reso possibile per entrambi i paesi garantirsi riserve d’acqua per tutto l’anno. Per questo motivo entrambi avrebbero dovuto sostenerne i costi di costruzione.
Ovviamente il Sudan non ha condiviso questo punto di vista: l’Egitto e solo l’Egitto avrebbe dovuto provvedere ai risarcimenti per la perdita delle proprietà e fornire agli sfollati abitazioni sostitutive soddisfacenti.
In un primo momento, quindi, la costruzione della diga di Assuan ha suscitato pericolose tensioni tra Egitto e Sudan, poi però i sudanesi sono stati calmati con la promessa di ottenere una maggiore quantità d’acqua. L’anno successivo, nel 1959, i due paesi hanno firmato un accordo che ha rivisto la spartizione delle risorse idriche tra i due paesi, destinandone 55 mld mc/anno all’Egitto e 18,5 mld mc/anno al Sudan che, in cambio dell’aumento della quantità d’acqua ottenuto, ha approvato la costruzione della diga di Assuan.
Il rischio di generare situazioni di conflitto è altissimo in questo trattato che, rielaborato sulla base della precedente versione del 1929, non ha preso in considerazione gli altri stati del bacino del Nilo.
Kenya, Uganda, Tanzania, Etiopia, Burundi, Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo hanno potuto godere di quantità estremamente limitate dell’acqua del fiume, poiché sono stati vincolati dal trattato a non alterare i volumi assegnati a Egitto e Sudan. Questo accordo tra Sudan ed Egitto ,che ha regolato l’utilizzo del fiume non tenendo conto delle reali richiesti di tutti gli stati del bacino idrico, regola ancora oggi lo sfruttamento dei flussi d’acqua del Nilo. Questo ha fatto sì che le cause di conflitto tra gli stati del bacino siano rimaste invariate per quasi 50 anni.
Attualmente la tensione non ha ancora raggiunto livelli allarmanti, ma alcuni paesi sono fermamente intenzionati ad affermare il loro diritto a rivedere lo status legale del trattato. Particolarmente significativi sono i rapporti critici tra Egitto ed Etiopia che oltre alle ruggini derivanti dall’accordo del ’59 sono fortemente influenzati dagli scontri di carattere politico-religioso: tradizionalmente l’Etiopia può contare sull’appoggio di Israele che con la sua “strategia periferica” mira a aggirare “l’accerchiamento arabo – islamico “. E’ ovvio che questa situazione abbia fatto risentire molto in primo luogo l’Egitto e la Lega araba che include questa minaccia nel conflitto arabo-israeliano.
Anche le relazioni sudanesi-egiziane hanno subito, negli anni ’90, uno scossone a causa dell’attribuzione al Sudan del fallito attentato al presidente Mubarak . Tuttavia, oggi, dopo un difficile periodo di crisi, la tensione sembra essere scemata, ma non si può prevedere quando e se si riacutizzerà.
Attualmente si profilano diverse soluzioni alla “crisi del Nilo”. La prima, al momento la più probabile, consiste nel mantenimento dello status quo: gli Stati cercano di conservare i privilegi che hanno acquisito facendo pesare la loro posizione a monte del flusso del fiume o, nel caso dell’Egitto, sfruttando la propria potenza politico-militare. Contemporaneamente, i paesi che si sentono svantaggiati nell’accesso alle risorse idriche, come l’Etiopia, cercano di negoziarne una spartizione più equa. Lo scopo di ogni stato, quindi, è di migliorare la propria posizione nell’impiego delle risorse del Nilo, sia attraverso una politica di buon vicinato sia attraverso minacce politico-militari. La seconda possibilità, più auspicabile, è quella che vede lo sviluppo e la crescita della cooperazione tra i paesi della regione del Nilo. In questo senso bisogna ricordare che, parallelamente alle continue tensioni tra i paesi del bacino, sono proseguiti i tentativi di avviare forme di cooperazione tra i paesi del bacino del Nilo : negli anni ’90 è stato fatto uno sforzo sostanziale, sia da parte degli stessi stati interessati sia da parte delle organizzazioni no profit, nel tentativo di creare un clima di fiducia e una visione per il futuro, basata sulla cooperazione, attenzione all’ambiente e uso efficiente dell’acqua.
 Tuttavia, le minacce di deviazione del flusso delle acque, fondate o infondate che siano, hanno spesso contribuito a creare un clima di sospetto e di paura. Per raggiungere l’obiettivo della cooperazione, invece, è necessario trovare un garante dalla visione globale ed equilibrata che tenga conto in maniera adeguata degli interessi di tutti i paesi rivieraschi. Il ruolo di garante potrebbe essere affidato all’OUA, the Organisation of African Unity , che avrebbe il grande vantaggio di rappresentare una soluzione tutta africana, ma anche lo svantaggio di poter provocare una paralisi in eventuali azioni di arbitraggio, a causa delle possibili contrapposizioni fra paesi dell’Africa Nera e paesi dell’Africa Islamica. Una valida alternativa all’OUA potrebbe essere rappresentata dall’UE, che, grazie alle esperienze coloniali di alcuni paesi europei nelle nazioni di questa zona africana, conosce usi e costumi locali. Un ultimo possibile garante è rappresentato dall’ONU che dovrebbe avere il vantaggio di essere super partes, ma che rischia di non riuscire a far rispettare la sua volontà politica con mezzi credibili.
A questi due ipotesi si aggiunge quello meno auspicabile della privatizzazione delle risorse idriche, sponsorizzato dalla Banca Mondiale. Se , dunque, è vero che dare un prezzo di mercato all’acqua potrebbe costituire un freno ai consumi, bisogna considerare che questo tipo di soluzione è altamente destabilizzante.
La cooperazione tra gli stati e la creazione di una comunità di stati per lo sfruttamento pacifico del bacino sarebbe, ovviamente, un bene per lo sviluppo e la convivenza dei paesi rivieraschi. Il primo passo è stato fatto a marzo del 2004, quando si è svolto a  un incontro per rivedere l’accordo del ’59 e stabilire una nuova divisione delle acque più favorevole ai paesi del bacino fino a oggi penalizzati. Tuttavia, non si è giunti a nessun accordo per modificare il trattato del ’59. E’ prevalsa, infatti, la volontà dell’Egitto, che gode della posizione più favorevole, di mantenere lo status quo. Nonostante questo, il summit ha raggiunto un risultato di una certa rilevanza: è stato stipulato un accordo tra Egitto, Etiopia e Sudan per la creazione di un parlamento congiunto dei dieci stati del bacino del Nilo con il compito di affrontare il problema della distribuzione delle risorse idriche del fiume .Se, quindi, è ancora in vigore il trattato del ’59, maggiore ostacolo alla cooperazione tra gli stati del bacino, cominciano a muoversi i primi passi verso una gestione equa e partecipata delle acque del Nilo.
Questo esempio evidenzia il vero problema della gestione delle risorse idriche, ovvero la mancanza di un organo tale da poter evidenziare il bene comune e non l’interesse delle singole parti. La vera necessità è però quella di organo autorevole che possa quindi avere il peso giusto nelle trattative. Sotto questo punto di vista è ammirabile l’opera della PCCP Water To Peace, una divisone dell’ Unesco che ,lavorando a pari passo con le varie Ong presenti in luogo,riesce a dare una risposta concreta  al problema della gestione delle risorse idriche, e i risultati ottenuti con l’accordo del 2004 ne sono un eccellente testimonianza.

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